«Papà, ma è vero che vogliono mettere un limite ai bambini stranieri nelle classi?»
Se mio figlio mi facesse questa domanda, probabilmente gli risponderei con un’altra.
«Tu come ti trovi con i tuoi compagni stranieri?»
Conosco già la risposta.
Bene.
Alcuni li frequenta anche fuori dalla scuola.
Questo non significa che il problema dell’integrazione non esista.
Nella sua scuola ci sono stati bambini arrivati senza conoscere l’italiano che piangevano perché non riuscivano a comunicare.
È un problema reale.
Ma ho visto anche cosa è successo dopo.
Le maestre hanno fatto un lavoro straordinario.
Hanno fatto esattamente ciò che dovrebbe fare una scuola: hanno preso un bambino che non possedeva ancora gli strumenti necessari per stare dentro quella comunità e lo hanno aiutato a entrarci.
Per questo mi ha colpito una frase pronunciata da Giorgia Meloni il 20 settembre 2026.
La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento che dovrebbe introdurre un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico e il divieto di burqa e niqab a scuola.
Il 21 settembre, secondo ANSA, il Governo stava lavorando per portare le norme in Consiglio dei ministri attraverso un disegno di legge di iniziativa governativa. Nel momento in cui scrivo il testo definitivo non è ancora disponibile, quindi sarebbe scorretto attribuirgli dettagli che non conosciamo ancora.
Possiamo però discutere la premessa.
Meloni ha detto:
«Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».
Ed è proprio quell’espressione — sentirsi in un angolo — che mi ha riportato indietro di trentaquattro anni.
Nel 1992 quello da integrare ero io
Sono arrivato in Italia dalla Svizzera nel settembre del 1992.
Avevo già cominciato la prima elementare e avrei dovuto continuare il mio percorso qui.
Non accadde.
Non ricordo abbastanza da poter ricostruire oggi con precisione le ragioni amministrative e non voglio inventarle. So che i miei genitori non avevano gli strumenti necessari per orientarsi. Ma so anche che il sistema non riuscì a trovare una soluzione per un bambino di sei anni che parlava italiano e aveva già iniziato ad andare a scuola.
Rimasi un anno a casa.
L’anno successivo entrai finalmente in prima elementare.
Avevo un anno più dei miei compagni.
Del primo giorno ricordo una cartellina gialla, una specie di piccola ventiquattrore.
Ricordo le prese in giro.
Poi arrivò la merenda.
Io avevo una banana.
Gli altri tiravano fuori panini enormi e merendine industriali.
Sono ricordi piccoli.
Per un adulto quasi insignificanti.
Per un bambino non lo sono.
A sette anni avevo la sensazione di arrivare da un sistema diverso, che ai miei occhi sembrava più organizzato, e di dovermi adattare rapidamente a qualcosa che non conoscevo.
Ero quello strano.
Non perché non parlassi italiano.
Non perché fossi musulmano.
Non perché indossassi qualcosa di particolare.
Non ero neppure straniero.
Eppure ero quello diverso.
Ricordo anche un altro bambino.
Era Testimone di Geova.
Durante alcune feste di compleanno rimaneva fuori dalla classe.
Non voglio giudicare oggi le scelte della sua famiglia attraverso ricordi vecchi di oltre trent’anni.
Ricordo però il suo volto.
Ricordo il disagio.
E soprattutto ricordo ciò che provavo io guardandolo.
Non credo di aver mai visto nessuno sentirsi così solo.
Forse è per questo che oggi, prima ancora di chiedermi quanti stranieri possano stare in una classe, sento il bisogno di farmi una domanda diversa:
che cosa deve fare una scuola quando un bambino rischia di rimanere fuori?
La scuola italiana ha problemi più seri del passaporto degli studenti
Voglio essere molto chiaro su questo punto.
Se in una classe arrivano contemporaneamente molti bambini che non conoscono adeguatamente l’italiano, esiste un problema didattico.
Servono tempo, competenze specifiche, risorse e insegnanti messi nelle condizioni di occuparsene.
Negarlo sarebbe ideologico.
Quello che contesto è l’idea che il grande problema della scuola italiana possa essere riassunto nel numero di bambini stranieri presenti in una classe.
Perché la scuola italiana ha problemi più profondi.
Edifici da adeguare.
Insegnanti ai quali chiediamo sempre di più.
Famiglie che devono conciliare calendari scolastici e lavoro.
Divari economici e sociali.
Ragazzi che arrivano all’età adulta senza strumenti elementari per orientarsi nel mondo.
Un rapporto ancora difficile tra formazione e lavoro.
Un mercato professionale che sta cambiando a una velocità enorme per effetto dell’intelligenza artificiale.
E soprattutto classi composte da bambini diversi tra loro, ciascuno con bisogni che non possono essere dedotti dal passaporto.
Una classe difficile non si misura contando gli stranieri
Secondo le stime della Fondazione ISMU, nell’anno scolastico 2023/24 gli studenti con cittadinanza non italiana erano circa 930 mila, l’11,6% della popolazione scolastica.
È importante però capire cosa significa davvero quella definizione.
Una parte molto rilevante degli alunni con cittadinanza non italiana è nata in Italia. Nei dati MIM relativi al 2022/23, richiamati da ISMU, i nati in Italia rappresentavano il 65,4% degli studenti con cittadinanza non italiana.
Sono giuridicamente stranieri.
Ma molti sono nati qui.
Sono cresciuti qui.
Frequentano le nostre scuole dall’infanzia.
Parlano italiano.
Magari parlano con l’accento della città nella quale sono cresciuti.
Un bambino con passaporto straniero nato e cresciuto ad Altamura non pone necessariamente alla scuola lo stesso problema di un bambino arrivato tre mesi fa che non comprende ancora una parola d’italiano.
Ed è interessante che persino la circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010, quella che introdusse come riferimento il limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, prevedesse deroghe proprio sulla base delle competenze linguistiche.
Il limite poteva essere innalzato quando gli studenti stranieri possedevano adeguate competenze linguistiche e ridotto quando la conoscenza dell’italiano non consentiva una partecipazione efficace alla didattica.
Era il 2010.
Quindi già allora era evidente una cosa:
cittadinanza e bisogno linguistico non coincidono.
Ma vorrei spingere il ragionamento un passo più avanti.
Perché neppure cittadinanza italiana e assenza di bisogni didattici coincidono.
Un bambino italiano può avere un disturbo specifico dell’apprendimento.
Può avere difficoltà linguistiche o cognitive.
Può vivere una situazione familiare complicata.
Può attraversare un disagio psicologico.
Può avere problemi comportamentali.
Può crescere in un ambiente economicamente o culturalmente fragile.
Può avere bisogno di un’attenzione molto maggiore rispetto al compagno straniero nato in Italia, perfettamente italofono e senza particolari difficoltà.
Non sto mettendo sullo stesso piano bisogni differenti.
Sto dicendo una cosa molto semplice:
una classe non è composta da passaporti. È composta da bambini.
E allora la domanda educativa non dovrebbe essere soltanto:
quanti stranieri ci sono?
Ma:
quanti bisogni diversi deve gestire quella classe e quali risorse ha la scuola per farlo?
Un bambino non crea una difficoltà didattica perché possiede un passaporto straniero.
Può crearla perché non conosce la lingua, perché ha bisogno di sostegno o perché attraversa una difficoltà.
Esattamente come può accadere a un bambino italiano.
Anche i dati PISA raccontano una storia più complicata
PISA 2022 offre un elemento importante.
In Italia il 52% degli studenti con background migratorio considerati dall’indagine apparteneva a una condizione socioeconomica svantaggiata.
Tra tutti gli studenti considerati da PISA, la percentuale era del 25%.
Inoltre, il 59% degli studenti con background migratorio dichiarava di parlare prevalentemente a casa una lingua diversa da quella utilizzata nel test.
Quindi sì: la lingua conta.
Il contesto familiare conta.
L’integrazione conta.
Gli studenti con background migratorio ottenevano inizialmente risultati medi inferiori in matematica e lettura.
Ma l’OCSE aggiunge un dettaglio decisivo: una volta tenuto conto della condizione socioeconomica, in Italia la differenza in matematica non risultava più statisticamente significativa.
Lo stesso accadeva nella lettura.
Questo non dimostra che l’immigrazione non possa produrre difficoltà scolastiche.
Dimostra invece quanto sia rischioso comprimere fenomeni differenti dentro la parola “stranieri”.
Dentro quella parola possono esserci problemi di lingua.
Povertà.
Fragilità familiari.
Segregazione territoriale.
Difficoltà di integrazione.
Capacità della scuola di compensare lo svantaggio.
Se sbagliamo la diagnosi, difficilmente troveremo la cura giusta.
Ho visto bambini esclusi. Non sempre perché stranieri
Nella scuola dei miei figli è capitato che un bambino rischiasse di essere escluso da un’attività extrascolastica.
Non perché fosse straniero.
Non perché appartenesse a una determinata religione.
Perché la sua famiglia non poteva permettersela.
Quando lo seppi proposi agli altri genitori di dividere tra noi la sua quota.
Non lo racconto per attribuirmi una medaglia.
Mi sembrava semplicemente la cosa normale da fare.
Perché un bambino non conosce le nostre sofisticate classificazioni.
Lui vede soltanto che i suoi compagni stanno facendo qualcosa.
E lui no.
Così torno inevitabilmente a quel bambino Testimone di Geova fuori dalla mia classe.
Cambiano le ragioni.
Ma per chi ha otto anni il risultato può essere identico:
io sono fuori e gli altri sono dentro.
Forse l’ABC dello stare al mondo comincia proprio da questo.
Io dalla scuola vorrei innanzitutto persone capaci di stare al mondo
Prima ancora di domandarmi quali professionisti debba formare la scuola, mi domando quali persone debba contribuire a costruire.
Vorrei che insegnasse l’ABC dello stare al mondo.
Educazione affettiva e sessuale.
Educazione finanziaria.
Alimentazione.
Filosofia, non soltanto come storia dei filosofi ma come abitudine al pensiero.
Capacità di comprendere un contratto.
Capacità di cucinarsi un pasto.
Consapevolezza del proprio corpo.
Capacità di parlare e ascoltare.
Comprensione del consenso.
Rispetto delle regole.
Rispetto degli altri.
Responsabilità.
Autonomia.
Capacità di riconoscere una manipolazione.
Se costruissimo ragazzi culturalmente solidi, capaci di pensare e impegnati a trovare il proprio posto nel mondo, mi domando quanto dovrebbe realmente preoccuparli che il compagno seduto accanto abbia una religione diversa.
Io posso avere un crocifisso al collo.
Qualcun altro può essere musulmano.
Un altro ancora può essere ateo.
Perché l’identità dell’uno dovrebbe rappresentare una minaccia per quella dell’altro?
Laicità non significa cancellare le religioni
Sono cresciuto con un’educazione cristiana rigidissima.
Ho fatto il chierichetto.
Mio padre è stato ministro straordinario dell’Eucaristia.
I miei figli non sono stati battezzati.
Non hanno ricevuto sacramenti.
Non hanno frequentato il catechismo.
Non perché io voglia educarli contro una religione.
Esattamente il contrario.
Vorrei che un giorno avessero abbastanza strumenti per decidere autonomamente se credere, in cosa credere e come farlo.
Per me la scuola deve essere laica.
Punto.
Questo non significa che qualsiasi comportamento debba essere consentito in nome della religione.
Un piccolo simbolo religioso personale e un indumento che copre integralmente il volto non pongono necessariamente le stesse questioni di identificabilità, sicurezza e relazione educativa.
Le regole possono esistere.
Ma devono essere generali, motivate e uguali per tutti.
La laicità non dovrebbe servire a proteggere una religione dall’altra.
Dovrebbe proteggere la libertà di tutti.
Intanto ci sono edifici scolastici che hanno bisogno di essere ripensati
La scuola dei miei figli è stata dichiarata inagibile e loro sono stati trasferiti in un altro plesso.
Non voglio utilizzare questa storia per attribuire responsabilità al Comune, all’amministrazione o a qualcuno in particolare.
Non è questo il punto.
Il punto sono le conseguenze che vedo da padre.
Gli spazi non sono equivalenti.
Per fare attività sportiva i bambini devono prendere un autobus e spostarsi dall’altra parte della città.
Gli spazi non sono adeguati neppure per alcune attività collettive.
Una recita di fine anno è stata organizzata all’aperto, sotto il sole di giugno.
Una bambina è svenuta.
E allora la domanda che mi faccio non riguarda Altamura.
Riguarda l’Italia.
Quanti edifici scolastici hanno bisogno di essere ristrutturati, adeguati, ampliati, climatizzati o semplicemente ripensati per il modo in cui oggi dovrebbero vivere e imparare i bambini?
Perché mio figlio non prende un autobus per andare a fare sport perché nella sua classe ci sono troppi stranieri.
E chi dovrebbe gestire tutta questa complessità? Gli insegnanti
Gli insegnanti.
Persone alle quali chiediamo sempre di più.
Secondo l’OCSE, nel 2024 la retribuzione media effettiva degli insegnanti italiani della scuola primaria era inferiore del 33% rispetto a quella dei lavoratori a tempo pieno con istruzione terziaria.
Nella media OCSE il divario era del 17%.
Dal 2015 al 2024, inoltre, le retribuzioni reali medie degli insegnanti della primaria sono aumentate del 14,6% nella media OCSE, mentre in Italia sono diminuite del 4,4%.
Poi chiediamo loro di insegnare.
Recuperare chi non parla italiano.
Gestire fragilità familiari.
Affrontare bisogni educativi differenti.
Relazionarsi con i genitori.
Aggiornarsi.
Usare nuovi strumenti.
Comprendere l’intelligenza artificiale.
Educare, oltre che istruire.
E spesso riescono anche a fare quel lavoro straordinario che ho visto fare personalmente con i bambini arrivati senza conoscere la lingua.
Prima di domandarci quanti stranieri possano stare in una classe, forse vale la pena domandarsi:
quanti strumenti diamo all’insegnante che quella classe deve gestire?
Poi arriva giugno. Ma il lavoro dei genitori non finisce a giugno
Anche qui conviene partire dai dati.
Non è esatto dire che l’Italia abbia nel complesso un numero abnorme di settimane di vacanza rispetto agli altri Paesi OCSE: nella primaria sono 13,8 settimane considerando tutte le interruzioni dell’anno, contro 13,5 nella media OCSE.
Il problema italiano è soprattutto come sono distribuite.
L’OECD Economic Survey: Italy 2026 evidenzia che, nel confronto riferito al 2023, la pausa di fine anno scolastico italiana arriva a circa 13 settimane consecutive, contro 8,9 settimane nella media OCSE.
Ed è qui che il dato diventa vita quotidiana.
La scuola finisce.
Il lavoro no.
Noi non abbiamo nonni che possano occuparsi stabilmente dei bambini.
Non abbiamo una rete familiare sulla quale appoggiarci.
A luglio li iscriviamo a un campo estivo.
Pagandolo.
Poi arriva agosto.
E dopo agosto c’è ancora una parte di settembre.
Daniele è ormai abbastanza grande da poter restare qualche volta da solo.
Il piccolo no.
E quindi lo sveglio presto perché devo andare in ufficio.
Lo porto con me.
Gli do qualcosa da disegnare.
Oppure inevitabilmente finisce davanti a uno schermo.
Io intanto devo lavorare e sperare di non avere appuntamenti incompatibili con la presenza di un bambino.
Verso pranzo interrompo.
Spesa.
Cucino.
Mangiamo.
Poi si riparte.
Io posso farlo perché sono autonomo.
E continuo a farmi una domanda molto semplice:
due genitori dipendenti, senza nonni e senza la disponibilità economica per settimane di babysitter o centri estivi, come fanno?
I congedi esistono. Ma chi riesce davvero a usarli?
Negli ultimi anni i congedi parentali sono stati ampliati.
È giusto riconoscerlo.
Ma guardare soltanto ciò che prevede formalmente la legge non basta per capire come vengono utilizzati nella vita reale.
Secondo l’INPS, nel 2024, tra i dipendenti del settore privato, hanno usufruito del congedo parentale 289.409 donne e poco più di 124 mila uomini.
Le donne ne hanno fruito mediamente per 53 giornate.
Gli uomini per 22.
La partecipazione dei padri sta aumentando: tra 2023 e 2024 gli uomini che hanno utilizzato il congedo sono cresciuti del 28,5%.
È un dato positivo.
Ma la distanza rimane enorme.
Non pretendo di ridurla a una sola causa.
Ci sono differenze salariali all’interno delle coppie, organizzazione familiare, cultura della cura, condizioni lavorative e probabilmente molte altre variabili.
La domanda che mi interessa è questa:
quali condizioni economiche, culturali e lavorative servono perché un padre possa davvero utilizzare il congedo senza che sia la famiglia a pagarne il prezzo?
Perché una legge può riconoscere un diritto.
Ma tra poterlo esercitare sulla carta e riuscire a farlo davvero può esserci una distanza enorme.
E poi ci domandiamo perché nascono sempre meno bambini
Se siamo preoccupati che in futuro ci siano troppo pochi bambini italiani in alcune classi, c’è un dato impossibile da ignorare.
Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini.
Quindicimila in meno rispetto al 2024.
Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
I decessi sono stati 652 mila.
Al 1° gennaio 2026 i bambini e ragazzi fino a 14 anni rappresentano appena l’11,6% della popolazione italiana.
Gli over 65 sono il 25,1%.
Non attribuisco tutto questo al Governo attuale.
Sarebbe scorretto.
La denatalità italiana viene da lontano e ha cause economiche, culturali, sociali e demografiche complesse.
Anzi, ISTAT evidenzia ormai un meccanismo ancora più difficile da invertire: decenni di bassa fecondità hanno ridotto numericamente anche le generazioni che oggi potrebbero diventare genitori.
Ma proprio per questo la politica, qualunque sia il Governo, dovrebbe avere un’ossessione:
rendere possibile avere figli.
Casa.
Lavoro.
Reddito.
Servizi.
Nidi.
Congedi.
Scuola.
Tempo.
Per questo, quando sento parlare del rischio che i bambini italiani diventino minoranza, la domanda che mi viene prima è un’altra:
quanti bambini italiani ci saranno?
E ancora prima:
abbiamo costruito un Paese nel quale sia ragionevole decidere di averne?
Perché quei bambini, prima o poi, dovrebbero anche diventare adulti
Qui smetto per un momento di parlare da padre.
E parlo da imprenditore.
Io ricevo curriculum.
Faccio colloqui.
Cerco persone.
E quello che vedo non mi tranquillizza.
Curriculum inviati senza nemmeno due righe di presentazione.
Candidati che arrivano a un colloquio senza essersi informati sull’azienda.
Mi è capitato che una persona candidata chiedesse direttamente a noi di cosa ci occupassimo.
Ho incontrato laureati in marketing incapaci di parlare concretamente di analisi di mercato, advertising, copywriting, landing page e attività che un’azienda come la mia svolge ogni giorno.
Nel frattempo alcune professionalità stanno già cambiando radicalmente per effetto dell’intelligenza artificiale.
Io stesso oggi riesco a svolgere autonomamente attività per cui in passato avrei avuto bisogno di altre figure.
E quando la scuola prova a entrare nelle aziende, almeno nella mia esperienza, il collegamento non sempre funziona come dovrebbe.
L’alternanza scuola-lavoro esiste. Ma il progetto dov’è?
Oggi si chiamano PCTO, Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento.
Sulla carta il modello è molto più strutturato di ciò che a volte arriva concretamente in azienda.
Le Linee guida del Ministero prevedono un tutor scolastico e un tutor della struttura ospitante.
Prevedono che i due collaborino alla progettazione, all’organizzazione e alla valutazione dell’esperienza.
Prevedono soprattutto un percorso formativo personalizzato, un raccordo tra ciò che lo studente fa a scuola e ciò che dovrebbe imparare nell’ambiente di lavoro, e una successiva valutazione delle competenze acquisite.
È un impianto sensato.
Il problema è che la mia esperienza da impresa ospitante è stata spesso diversa.
Arrivano ragazzi senza che noi percepiamo un vero programma operativo costruito intorno a loro.
E quindi tocca a noi domandarci:
cosa gli facciamo fare?
Chi può seguirli?
Quale persona del team possiamo sottrarre al proprio lavoro?
Quale attività possiamo inventare che abbia almeno un valore formativo?
Se abbiamo tempo e persone disponibili, proviamo a costruire noi un’esperienza utile.
Se non li abbiamo, cosa succede?
Non sostengo che tutti i PCTO italiani funzionino così.
Posso raccontare ciò che vedo io.
Ed è sufficiente per farmi una domanda:
il collegamento tra scuola e impresa esiste davvero nella pratica oppure troppo spesso esiste soprattutto sulla carta?
La questione diventa ancora più urgente mentre il mercato cambia.
Sono state introdotte la filiera tecnologico-professionale 4+2 e linee guida sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola.
Quindi non sarebbe corretto sostenere che le istituzioni non abbiano fatto nulla.
La mia preoccupazione è un’altra:
stiamo cambiando abbastanza velocemente?
Perché il mercato non aspetta i tempi delle riforme.
E l’intelligenza artificiale non aspetterà che il sistema scolastico si metta comodo.
Forse non è nemmeno vero che la scuola dura troppo
Questa è una convinzione che anch’io provo a mettere alla prova.
Per anni ho pensato: i ragazzi passano troppo tempo a scuola.
Infanzia.
Primaria.
Secondaria.
Università.
Arrivano al mercato del lavoro molto tardi.
Ma forse la domanda migliore non è semplicemente quanto dura la scuola.
È:
che cosa facciamo con tutti quegli anni?
Se chiediamo a una persona di investire una parte enorme della propria giovinezza nella formazione, dobbiamo restituirle qualcosa di più di un titolo.
Capacità di comprendere il mondo.
Capacità di adattarsi.
Capacità di lavorare.
Capacità di imparare nuovamente quando ciò che sa non servirà più.
Capacità di stare con gli altri.
Capacità di pensare.
E possibilmente qualche esperienza pratica vera.
Teoria al mattino.
Laboratori.
Sport.
Esperienze.
Contatto con imprese e professionisti.
Tempo per mettere in pratica ciò che si impara.
Magari anche pranzando a scuola, invece di caricarsi sulle spalle chili di libri per tornare a casa e continuare a studiare quello che si sarebbe potuto sperimentare insieme.
Quindi gli studenti stranieri non possono essere un problema?
Certo che possono.
Ma bisogna chiamare ogni problema con il suo nome.
Un bambino che non conosce l’italiano ha bisogno di sostegno linguistico.
Una classe con molti bambini che non conoscono l’italiano può aver bisogno di più risorse.
Una famiglia che decide di vivere stabilmente in Italia dovrebbe avere gli strumenti linguistici necessari per dialogare con la scuola e con le istituzioni.
La concentrazione di disagio economico e sociale in alcuni istituti è un problema.
La segregazione scolastica è un problema.
E non considero assurdo discutere di strumenti che evitino di concentrare troppe difficoltà educative nella stessa classe.
Ma proprio perché questi problemi sono reali, dobbiamo definirli bene.
Altrimenti il rischio è di scegliere il criterio più semplice da comunicare anziché quello più utile a insegnare.
La scuola non è una classe composta da passaporti.
È un sistema fatto di bambini, insegnanti, famiglie, edifici, programmi, servizi, fragilità, competenze e futuro.
Se riduciamo la sua crisi alla percentuale di stranieri, rischiamo di guardare il problema più facile da raccontare mentre quelli più difficili rimangono esattamente dove sono.
Il bambino nell’angolo: cosa direi a mio figlio
Se mio figlio mi chiedesse cosa penso della proposta annunciata dal Governo, alla fine gli racconterei probabilmente del 1992.
Della mia cartellina gialla.
Della banana.
Di quel bambino rimasto fuori durante le feste.
Gli parlerei dei suoi compagni arrivati senza conoscere l’italiano e delle maestre che li hanno aiutati.
Del bambino che rischiava di non partecipare a un’attività perché la sua famiglia non poteva pagarla.
Dell’autobus che prende per andare a fare sport perché la sua scuola non può utilizzare il proprio edificio.
Gli direi che i problemi dell’immigrazione esistono.
Che integrarsi comporta anche responsabilità per chi arriva.
Che una società ha diritto di darsi regole comuni.
Che fingere che qualsiasi difficoltà legata all’immigrazione sia inventata sarebbe tanto superficiale quanto attribuire agli stranieri problemi che hanno tutt’altra origine.
Poi probabilmente gli farei una domanda.
«Quando sei a scuola con i tuoi compagni, pensi a quali sono italiani e quali sono stranieri?»
Immagino già la sua faccia.
Quella che fanno i bambini quando un adulto ha appena posto una domanda che per loro non ha molto senso.
Ed è quella faccia che vorrei riuscissimo a preservare.
Non costruendo una scuola che faccia finta che le differenze non esistano.
Costruendone una abbastanza forte da poterle gestire.
Una scuola capace di insegnare l’italiano a chi non lo conosce.
Di aiutare chi ha altre difficoltà, indipendentemente dalla sua cittadinanza.
Di pretendere il rispetto delle regole.
Di non lasciare indietro chi è povero.
Di mettere gli insegnanti nelle condizioni di insegnare.
Di permettere ai genitori di lavorare senza dover scegliere continuamente tra figli e professione.
Di capire quali attitudini abbia un ragazzo.
Di dialogare davvero con il mondo produttivo.
Di prepararlo a lavori che esistono e a quelli che ancora non esistono.
Di insegnargli a usare l’intelligenza artificiale senza rinunciare a usare la propria.
E possibilmente di avere edifici e spazi nei quali possa imparare, fare sport e vivere.
Perché alla fine, quando penso al futuro dei miei figli, la domanda che mi interessa non è quanti stranieri ci saranno nella loro classe.
È molto più difficile.
Quando usciranno da quella classe, che persone avremo contribuito a costruire?
Domande frequenti
- Quanti sono gli studenti con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane?
- Secondo le stime della Fondazione ISMU, nell’anno scolastico 2023/24 erano circa 930 mila, l’11,6% della popolazione scolastica. Nei dati MIM relativi al 2022/23 richiamati da ISMU, il 65,4% degli studenti con cittadinanza non italiana era nato in Italia: giuridicamente stranieri, ma cresciuti e scolarizzati qui.
- Esiste già un limite di alunni stranieri per classe?
- La circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010 introdusse come riferimento il limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, con deroghe fondate sulle competenze linguistiche: il limite poteva essere innalzato quando gli studenti possedevano adeguate competenze in italiano e ridotto quando la conoscenza della lingua non consentiva una partecipazione efficace alla didattica.
- Gli studenti stranieri ottengono risultati scolastici peggiori?
- In PISA 2022 gli studenti con background migratorio ottenevano risultati medi inferiori in matematica e lettura, ma l’OCSE precisa che in Italia, una volta tenuto conto della condizione socioeconomica, la differenza non risultava più statisticamente significativa. Il 52% di quegli studenti apparteneva a una condizione svantaggiata, contro il 25% del totale.
- Quanto guadagnano gli insegnanti italiani rispetto agli altri laureati?
- Secondo l’OCSE, nel 2024 la retribuzione media effettiva degli insegnanti italiani della scuola primaria era inferiore del 33% rispetto a quella dei lavoratori a tempo pieno con istruzione terziaria, contro un divario del 17% nella media OCSE. Tra il 2015 e il 2024 le retribuzioni reali sono cresciute del 14,6% nella media OCSE e diminuite del 4,4% in Italia.
- Le vacanze scolastiche italiane sono più lunghe che negli altri Paesi?
- Nel complesso no: nella primaria sono 13,8 settimane contro 13,5 della media OCSE. Cambia la distribuzione. L’OECD Economic Survey: Italy 2026 rileva che la pausa di fine anno scolastico arriva in Italia a circa 13 settimane consecutive, contro 8,9 nella media OCSE.
- Che cosa prevede il provvedimento annunciato dal Governo?
- L’annuncio del 20 settembre 2026 parla di un numero massimo di studenti stranieri per classe, dell’obbligo di imparare l’italiano per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico e del divieto di burqa e niqab a scuola. Il 21 settembre, secondo ANSA, il Governo lavorava a un disegno di legge di iniziativa governativa: il testo definitivo non è ancora disponibile.