La cultura italiana non è arrivata fino a noi conservandosi intatta. È diventata ciò che è attraverso secoli di incontri, conquiste, commerci, migrazioni e trasformazioni. Basta guardare ciò che mangiamo, ciò in cui crediamo e perfino le parole con cui parliamo.
Nel dibattito pubblico italiano sono tornate con forza parole come identità, tradizione, radici, cristianesimo e, più recentemente, remigrazione.
Non è mia intenzione stabilire qui quale debba essere la politica migratoria italiana. È una questione contemporanea che riguarda diritto, economia, sicurezza, demografia, integrazione e scelte politiche.
Mi interessa un’altra questione.
Una questione precedente.
Quando qualcuno afferma che bisogna difendere la nostra cultura dalle contaminazioni esterne, di quale cultura sta parlando?
E soprattutto: quando sarebbe esistita questa cultura italiana incontaminata?
Perché, appena si comincia a risalire all’indietro, emerge un problema.
È molto difficile trovarla.
Nulla si crea, nulla si distrugge. Anche la tradizione si trasforma
Esiste una formula con cui viene comunemente riassunto il principio di conservazione della materia associato a Lavoisier:
nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Naturalmente una società non è una reazione chimica. Ma come metafora del funzionamento della cultura è sorprendentemente efficace.
Perché nemmeno una tradizione compare dal nulla.
E soprattutto non rimane immobile.
Riceve qualcosa da chi c’era prima. Incontra qualcosa che arriva da fuori. Lo accetta, lo rifiuta, lo modifica, lo mescola con ciò che possiede già. Poi lo trasmette alla generazione successiva, che a sua volta lo modifica ancora.
A un certo punto passa abbastanza tempo.
E ciò che un tempo era nuovo diventa antico.
Ciò che era forestiero diventa familiare.
Ciò che era contaminazione diventa tradizione.
Questa è forse la prima cosa che dovremmo ricordare quando utilizziamo la parola tradizione: non indica necessariamente qualcosa rimasto identico. Indica qualcosa che è stato trasmesso.
E trasmettere significa inevitabilmente trasformare.
Prima domanda: tradizione italiana di quando?
Supponiamo di voler individuare una cultura italiana autentica alla quale tornare.
Dobbiamo prima scegliere una data.
Prima di Roma?
Allora dobbiamo confrontarci con Etruschi, Celti, Liguri, Veneti, Sanniti, Lucani, Messapi, Peucezi, Dauni e con una Penisola che non possedeva affatto un’identità politica o culturale unitaria.
Durante la Magna Grecia?
Bisogna ricordare cosa significa il termine: non indicava uno Stato italiano, ma il complesso delle colonie fondate da popolazioni greche nell’Italia meridionale. Taranto, per esempio, fu fondata da coloni provenienti da Sparta, nel Peloponneso, cioè dalla Grecia.
Durante Roma?
Roma stessa costruì uno dei più grandi sistemi di circolazione di uomini, divinità, merci, tecnologie e culture dell’antichità, esteso dall’Europa occidentale al Nord Africa e al Vicino Oriente.
Dopo Roma?
La situazione diventa ancora più interessante.
Perché nei secoli successivi la Penisola fu attraversata, occupata e governata da popolazioni e poteri provenienti praticamente da ogni direzione.
Ed è particolarmente evidente guardando al Mezzogiorno.
Bizantini, Longobardi, musulmani, Normanni: ma da dove venivano?
Quando studiamo queste popolazioni a scuola, i loro nomi finiscono spesso per diventare etichette astratte.
“Arrivano i Bizantini.”
“Poi i Longobardi.”
“Poi i Saraceni.”
“Poi i Normanni.”
Ma proviamo a rimetterli sulla carta geografica.
I Bizantini erano gli uomini e le istituzioni dell’Impero romano d’Oriente. La sua capitale era Costantinopoli, l’antica Bisanzio e attuale Istanbul. Era quindi un impero con il proprio centro politico sul Bosforo, tra Europa e Asia, e con un fortissimo baricentro greco e mediterraneo-orientale. Per secoli controllò territori dell’Italia meridionale, Puglia compresa.
I Longobardi erano una popolazione germanica che, dopo una lunga migrazione attraverso l’Europa centrale, entrò in Italia nel VI secolo. Nel Mezzogiorno diedero vita, tra l’altro, al ducato e poi principato di Benevento, la cui influenza raggiunse anche parti della Puglia.
Poi troviamo gli Arabi e più generalmente i musulmani.
Ed è importante non confondere le due cose.
“Musulmano” indica un’appartenenza religiosa, non un’etnia. Nel Mediterraneo medievale le popolazioni islamiche comprendevano Arabi, Berberi nordafricani e altri gruppi.
Anche la parola Saraceni va utilizzata con cautela. Nel Medioevo cristiano diventò infatti un termine generico con il quale venivano indicati musulmani anche non arabi, compresi gruppi provenienti dall’Africa settentrionale. Non designava quindi un unico popolo precisamente identificabile.
A Bari la presenza musulmana non fu soltanto una scorreria: tra l’847 e l’871 la città fu capitale di un vero e proprio emirato. Successivamente tornò sotto il controllo dell’Impero romano d’Oriente.
Poi arrivarono i Normanni.
Anche qui il nome nasconde un viaggio straordinario.
Erano discendenti delle popolazioni scandinave — gli “uomini del Nord” — che si erano stabilite nella Francia settentrionale, nella regione che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Qui assimilarono lingua e cultura francese. Nell’XI secolo alcuni di loro attraversarono nuovamente l’Europa e arrivarono nell’Italia meridionale, conquistando progressivamente Puglia, Calabria e Sicilia.
Scandinavia.
Francia.
Puglia.
Sicilia.
E a quel punto siamo già di fronte a persone che, nel corso di poche generazioni, difficilmente potrebbero essere rinchiuse in una semplice casella identitaria.
Svevi, Angioini, Aragonesi: tedeschi, francesi e iberici nel Mezzogiorno
Ai Normanni succedettero gli Svevi, cioè la dinastia degli Hohenstaufen.
La Svevia medievale apparteneva all’area germanica del Sacro Romano Impero e corrispondeva grosso modo a territori oggi compresi soprattutto nella Germania sud-occidentale e nelle zone limitrofe. Gli Hohenstaufen erano una famiglia di re e imperatori tedeschi; a questa dinastia apparteneva Federico II.
Poi arrivarono gli Angioini.
Il nome deriva dall’Angiò, nell’attuale Francia centro-occidentale. Carlo I d’Angiò era fratello del re di Francia Luigi IX e conquistò il Regno di Sicilia nel 1266.
Dopo ancora troviamo gli Aragonesi, collegati alla Corona d’Aragona, grande potenza mediterranea sviluppatasi nella parte nordorientale della Penisola Iberica e nei territori mediterranei ad essa collegati. Nel 1442 Alfonso V d’Aragona conquistò il Regno di Napoli.
Grecia.
Balcani.
Anatolia.
Europa germanica.
Nord Africa.
Scandinavia.
Francia.
Penisola Iberica.
Questa non è una deviazione dalla storia italiana.
È la storia italiana.
Il caso più spettacolare: l’arabo-normanno di Sicilia, quando tre mondi diventano una cosa nuova
Uno degli esempi più belli si trova in Sicilia.
Nel XII secolo il regno normanno mise in contatto tradizioni occidentali, islamiche e bizantine.
Non è un’interpretazione moderna costruita per celebrare genericamente il multiculturalismo. È la definizione utilizzata dall’UNESCO per il patrimonio arabo-normanno di Palermo, Cefalù e Monreale.
L’UNESCO parla esplicitamente di un sincretismo socioculturale tra culture occidentali, islamiche e bizantine, dal quale nacquero nuove concezioni architettoniche, artistiche e decorative. Ricorda inoltre la presenza nello stesso contesto di musulmani, bizantini, latini, ebrei, longobardi e francesi.
È un punto importante.
Non abbiamo tre culture che rimangono semplicemente affiancate.
Dall’incontro nasce qualcosa che prima non esisteva.
Trasformazione.
Ancora una volta.
Adesso apriamo la dispensa: pomodoro, melanzana, agrumi e caffè
La dimostrazione più semplice, però, non richiede una cattedrale normanna.
Basta entrare in cucina.
Prendiamo alcuni alimenti che oggi consideriamo perfettamente normali nella cucina italiana.
Il pomodoro proviene dalle Americhe. Fu portato in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo e cominciò a essere coltivato a scopo alimentare nell’Italia meridionale nel XVII.
Il mais è originario dell’America centrale. Arrivò in Europa dopo i viaggi colombiani e fu introdotto nel Veneto poco dopo il 1500.
La patata ha i propri centri d’origine nelle Americhe, in particolare nell’area andina, e arrivò in Europa nella seconda metà del Cinquecento attraverso gli spagnoli e gli inglesi; poco dopo raggiunse anche l’Italia.
La melanzana, oggi inseparabile da molte cucine dell’Italia meridionale, ha invece antichissime origini asiatiche, probabilmente indiane. Fu conosciuta e diffusa nel Mediterraneo dagli Arabi ed era attestata in Italia almeno dal XIII secolo.
Gli agrumi provengono dall’Asia. L’antichità classica conosceva già il cedro, ma limone e arancio amaro furono introdotti nel Mediterraneo dagli Arabi intorno al X secolo; l’arancio dolce arrivò più tardi, attraverso i Portoghesi.
La canna da zucchero ha origini asiatiche e la sua coltivazione mediterranea fu sviluppata dagli Arabi anche in Sicilia.
Il caffè percorse un'altra strada ancora: la storia della bevanda passa per lo Yemen e per il mondo islamico, prima di arrivare nell’Europa occidentale. Venezia ebbe un ruolo importante nella sua introduzione tra XVI e XVII secolo.
A questo punto possiamo fare un esperimento mentale.
Togliamo dalla nostra idea di cucina tradizionale tutto ciò che proviene dalle Americhe.
Poi tutto ciò che proviene dall’Asia.
Poi ciò che è arrivato attraverso il mondo islamico.
Quanto resta della cucina italiana che immaginiamo eterna?
Ma la domanda contiene un errore.
Perché il pomodoro non è “meno italiano” culturalmente soltanto perché la pianta non è originaria della Penisola.
Gli italiani non hanno semplicemente ricevuto il pomodoro.
Lo hanno trasformato.
Hanno selezionato varietà, sviluppato coltivazioni, sistemi di conservazione, salse, ricette e ritualità.
Il pomodoro americano è entrato in un sistema culturale italiano e quel sistema lo ha trasformato, mentre a sua volta veniva trasformato dal pomodoro.
Nulla si crea.
Nulla si distrugge.
Tutto si trasforma.
Persino la pasta racconta una storia meno semplice di quella che immaginiamo
Qui bisogna evitare una leggenda molto diffusa.
Dire che “gli Arabi hanno inventato la pasta” sarebbe storicamente troppo semplicistico.
Preparazioni basate su impasti di cereali esistevano molto prima.
Ma un altro fatto è documentato: la pasta secca, particolarmente adatta alla conservazione e al trasporto, compare nell’Africa settentrionale sotto influenza araba già nel IX secolo e trova nella Sicilia medievale uno dei propri grandi centri produttivi.
Nel 1154 il geografo arabo al-Idrisi descrisse in Sicilia la produzione di una pasta filiforme esportata in altre zone del Mediterraneo.
Ancora una volta la storia vera è più interessante della leggenda.
Non c’è necessariamente qualcuno che “inventa” una tradizione una volta per tutte.
Ci sono tecniche che viaggiano.
Grani che vengono coltivati.
Popolazioni che incontrano altre popolazioni.
Preparazioni che cambiano.
E alla fine compare qualcosa che riconosciamo come nostro.
E il cristianesimo? Una religione nata in Palestina
Qui il cortocircuito è ancora più evidente.
Quando si parla di “radici cristiane” dell’Italia o dell’Europa si descrive una componente storica reale e profondissima della nostra cultura.
Ma anche in questo caso bisogna distinguere appartenenza culturale e origine geografica.
Il cristianesimo non nasce in Italia.
Nasce nel I secolo in Palestina e all’interno del mondo giudaico, per poi diffondersi nelle città dell’Impero romano e progressivamente anche tra le popolazioni non ebraiche.
È quindi una religione nata nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente che, attraversando reti commerciali, città, comunità e territori dell’Impero, arriva anche a Roma.
Dopodiché Roma diventerà uno dei suoi centri fondamentali.
Ed è proprio questo il punto.
Il fatto che qualcosa venga da fuori non impedisce che possa diventare parte costitutiva di una cultura.
Dire che il cristianesimo ha origine nel Levante non rende il cristianesimo meno importante per la storia italiana.
Esattamente come dire che il pomodoro ha origine americana non rende meno italiana una salsa preparata in Italia da quattro secoli.
Origine e appartenenza sono due cose diverse.
E adesso torniamo a casa: la Puglia come frontiera mediterranea
A questo punto potremmo fermarci.
Ma vivendo in Puglia abbiamo la fortuna di avere sotto gli occhi uno dei laboratori migliori per osservare tutto questo.
La Puglia non è stata una periferia chiusa.
Per gran parte della sua storia è stata una frontiera mediterranea.
Una terra affacciata verso i Balcani e la Grecia, collegata al Mediterraneo orientale attraverso i propri porti e contemporaneamente connessa all’Italia e all’Europa continentale.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente fu contesa da Bizantini, Longobardi e Franchi; conobbe la presenza musulmana; passò nell’orbita normanna, poi sveva, angioina e aragonese.
Bari da sola sembra un riassunto di mezzo Mediterraneo.
Centro dei Peucezi prima della romanizzazione.
Romana.
Contesa tra Longobardi e Bizantini.
Capitale di un emirato musulmano.
Nuovamente bizantina.
Normanna.
Sveva.
Angioina.
Aragonese.
E noi dovremmo cercare in tutto questo il momento esatto nel quale la cultura locale sarebbe stata “pura”?
La Murgia non è fuori da questa storia
Nemmeno l’interno murgiano costituisce un mondo separato.
Durante il regno di Federico II, per esempio, le Alte Murge attorno ad Altamura furono interessate da processi di valorizzazione agricola e demografica documentati dalle fonti storiche.
La stessa presenza sveva ha lasciato nella nostra area uno dei monumenti più riconoscibili dell’intero Medioevo europeo: Castel del Monte.
Ma la cosa che trovo ancora più interessante non è soltanto ciò che è rimasto nella pietra.
È ciò che è rimasto nella bocca delle persone.
Una lingua non è mai immobile: il dialetto pugliese e i suoi strati
Quando diciamo “dialetto pugliese” stiamo già semplificando moltissimo.
La Puglia è linguisticamente divisa in aree differenti. Si distinguono i dialetti pugliesi propriamente detti, appartenenti all’area meridionale, dalle varietà salentine dell’estremo Sud regionale; esistono inoltre comunità linguistiche griche, albanesi e francoprovenzali.
Gli studi dialettologici dedicati alla Puglia mostrano, accanto allo strato latino, la presenza di grecismi, elementi germanici, arabi, slavi, galloromanzi, catalani e spagnoli.
Non perché qualcuno abbia deciso di costruire una narrazione sulla contaminazione.
Semplicemente perché quella è la stratificazione che la linguistica storica trova dentro le parole.
Il nostro modo di parlare conserva quindi tracce di persone che magari politicamente sono scomparse da molti secoli.
Ed è qui che la metafora di Lavoisier torna quasi inevitabile.
Un dominio finisce.
Una dinastia scompare.
Un confine cambia.
Ma una parola può restare.
Il dialetto conserva perfino ciò che l’italiano ha dimenticato
Ed è importante capire che questa trasformazione non significa soltanto ricevere parole straniere.
A volte significa esattamente il contrario: conservare qualcosa di antichissimo che la lingua nazionale ha abbandonato.
Prendiamo crai, ancora presente in varie parlate dell’Italia meridionale e in Puglia, con il significato di “domani”.
Deriva direttamente dal latino cras.
L’italiano standard ha perso quella parola.
Alcuni dialetti meridionali l’hanno conservata.
Quindi un dialetto non è italiano pronunciato male.
È il risultato autonomo di secoli di evoluzione linguistica.
Può conservare un elemento latino perduto dall’italiano.
Può avere ricevuto un grecismo.
Può incorporare un prestito francese.
Può trasformare una parola fino a renderne quasi irriconoscibile l’origine.
Ancora:
trasformazione.
E Altamura? Il dialetto altamurano negli studi linguistici
L’altamurano è abbastanza caratterizzato da essere oggetto specifico di studi linguistici.
La sua fonetica presenta fenomeni peculiari studiati dalla ricerca accademica, come le consonanti geminate distintive in posizione iniziale; più recentemente sono stati analizzati specificamente aspetti della morfologia dell’altamurano e il rapporto con le varietà circostanti.
Esistono inoltre vocabolari e repertori dedicati esclusivamente al dialetto di Altamura.
Ed è questo il livello che trovo più affascinante.
La grande storia parla di eserciti, imperatori e conquiste.
Ma la storia linguistica racconta cosa è successo dopo che gli eserciti se ne sono andati.
Una popolazione arriva.
Un’altra era già presente.
Si commercia.
Ci si combatte.
Ci si sposa.
Si lavora insieme.
Si impara il nome di un oggetto.
Una parola passa da una bocca all’altra.
La pronuncia cambia.
Passano cento anni.
Poi cinquecento.
A un certo punto nessuno ricorda più da dove venisse.
La parola è semplicemente “nostra”.
In Salento il greco è ancora vivo: il griko della Grecìa salentina
In alcuni luoghi della Puglia questo processo non appartiene nemmeno soltanto al passato.
Nella Grecìa salentina esiste ancora oggi il griko, una varietà linguistica di origine greca.
Sulla sua storia gli studiosi hanno discusso a lungo: secondo alcune interpretazioni rappresenterebbe una continuità molto antica con la Magna Grecia; secondo altre sarebbe soprattutto il risultato della presenza bizantina medievale.
Ed è interessante proprio che non esista una risposta semplicistica.
Perché le culture reali sono così.
Hanno strati.
Non certificati di purezza.
Il forestiero di ieri è la tradizione di oggi
C’è infine un esempio che considero quasi perfetto.
I Longobardi entrarono in Italia nel VI secolo come popolazione germanica.
Erano, rispetto alla popolazione romano-italica, gli stranieri.
Oggi esiste una regione che si chiama Lombardia.
I Normanni arrivarono nell’Italia meridionale dopo un percorso che partiva dalla Scandinavia e passava per la Francia.
Oggi le loro cattedrali sono patrimonio italiano.
Gli Arabi e le altre popolazioni musulmane portarono nel Mediterraneo colture, tecniche e conoscenze che finirono per essere incorporate nelle economie e nelle cucine locali.
Oggi nessuno considera un limone siciliano un corpo estraneo alla tradizione italiana.
Il cristianesimo nacque in Palestina.
Oggi viene indicato come una delle radici dell’identità europea.
Il pomodoro arrivò dall’America.
Oggi provate a immaginare l’Italia senza di lui.
Quello che cambia, quasi sempre, è il tempo.
Abbastanza vicino, e qualcosa appare forestiero.
Abbastanza lontano, e la stessa cosa può diventare tradizione.
Quindi cos’è davvero una tradizione?
Forse possiamo finalmente provare a definirla.
La tradizione non è la conservazione immobile di qualcosa nato puro.
È ciò che una comunità riceve, seleziona, modifica e decide — consapevolmente o meno — di trasmettere.
Alcune cose vengono eliminate.
Altre sopravvivono.
Altre ancora vengono importate e trasformate al punto che dimentichiamo persino che siano mai arrivate da fuori.
Per questo il principio torna ancora una volta:
nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Non è una legge della storia.
Ma è una buona lente attraverso cui guardarla.
Perché ciò che chiamiamo cultura italiana non è il risultato di una sterilità mantenuta per duemila anni.
È una sedimentazione.
Roma sopra ciò che esisteva prima di Roma.
Il cristianesimo dentro Roma.
Il mondo germanico sopra quello romano.
Bisanzio accanto ai Longobardi.
Il Mediterraneo islamico accanto a quello cristiano.
I Normanni sopra entrambi.
Poi gli Svevi.
I Francesi.
Gli Aragonesi.
Le rotte commerciali.
Le Americhe.
Le migrazioni.
Le lingue.
Il tempo.
Prima di difendere la tradizione, bisognerebbe conoscerla
Questo non significa che tutte le trasformazioni siano positive.
Non significa che ogni incontro produca necessariamente qualcosa di buono.
E non significa che conoscere la storia debba obbligare qualcuno ad assumere una particolare posizione sulle politiche migratorie contemporanee.
Significa una cosa molto più semplice.
Non possiamo usare la storia per difendere un passato che la storia stessa non documenta.
Si può discutere di confini.
Di immigrazione.
Di integrazione.
Di cittadinanza.
Di sicurezza.
Di religione.
Di ciò che vogliamo conservare e di ciò che siamo disposti a cambiare.
Ma se vogliamo farlo appellandoci alla “tradizione italiana”, allora dobbiamo prima avere il coraggio di guardarla per ciò che è realmente.
Una costruzione lunga secoli.
Fatta di continuità e fratture.
Di memoria e oblio.
Di cose nate qui e cose arrivate da migliaia di chilometri.
Di persone che consideravano straniere altre persone che, qualche generazione dopo, sarebbero diventate parte dello stesso luogo.
E forse la definizione più corretta che riesco a trovare è proprio questa:
la tradizione è una contaminazione riuscita così bene che abbiamo dimenticato che un tempo era una contaminazione.
La storia non è soltanto sotto i nostri piedi.
In Puglia, in Murgia, ad Altamura, è nei monumenti che guardiamo, nel cibo che mettiamo a tavola, nelle credenze che abbiamo ereditato.
Ed è persino nelle parole con cui chiamiamo le cose.
Perché una cultura viva non rimane intatta.
Si trasmette. E, trasmettendosi, si trasforma.
Domande frequenti
- Che cosa significa che la tradizione è una contaminazione riuscita?
- Significa che gran parte di ciò che oggi consideriamo tradizionale è arrivato da fuori in un momento preciso della storia, è stato accolto e trasformato, e con il passare del tempo ha smesso di sembrare estraneo. La tradizione non è materiale rimasto identico: è materiale trasmesso, e trasmettere comporta sempre una trasformazione.
- Quali popoli hanno governato la Puglia e il Mezzogiorno dopo Roma?
- Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente il Mezzogiorno fu attraversato da Bizantini, Longobardi e Franchi, conobbe la presenza musulmana — a Bari con un vero emirato tra l’847 e l’871 — e passò poi sotto Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi. Bari da sola riassume quasi tutte queste fasi.
- Quali alimenti della cucina italiana non sono originari dell’Italia?
- Pomodoro, mais e patata arrivano dalle Americhe dopo il Cinquecento. Melanzana e agrumi hanno origini asiatiche e furono diffusi nel Mediterraneo soprattutto dagli Arabi. La canna da zucchero e il caffè seguono strade analoghe. Questo non li rende meno italiani sul piano culturale: sono stati selezionati, coltivati e trasformati qui per secoli.
- Il dialetto è italiano parlato male?
- No. Un dialetto è il risultato autonomo di secoli di evoluzione linguistica. Può conservare elementi latini che l’italiano standard ha perduto — come *crai*, «domani», dal latino *cras* — e insieme incorporare grecismi, elementi germanici, arabi, slavi, galloromanzi, catalani e spagnoli.
- Il cristianesimo è nato in Italia?
- No. Nasce nel I secolo in Palestina, all’interno del mondo giudaico, e si diffonde poi nelle città dell’Impero romano fino a Roma, che ne diventerà uno dei centri fondamentali. Origine geografica e appartenenza culturale sono due cose diverse.