La prima cosa che devi sapere è che Ettore non era uno che drammatizzava.
Era fatto di una materia diversa da quella di quasi tutti gli altri — più densa, più quieta, con quella qualità rara delle persone che non hanno bisogno di riempire il silenzio per sentirsi a posto. Potevi stare un’ora con lui senza dire niente di importante e uscirne con la sensazione di aver detto tutto. Era quel tipo di amico. Il tipo per cui non esiste una parola precisa in italiano, e forse in nessuna lingua.
Quella sera mi aveva risposto al telefono alla prima chiamata. Era già tardi — una di quelle sere di fine estate in cui il caldo ha ancora il sopravvento ma avverti che qualcosa sta già per cambiare. Gli dissi che volevo parlargli. Mi disse certo, come sempre, con quella disponibilità che non era mai semplice cortesia ma qualcosa di più solido, fondato.
Ci trovammo al solito posto.
Non era un posto che avrebbe impressionato nessuno dall’esterno. Era un bar di quelli che non finiscono mai sulle guide e che esistono da sempre nello stesso angolo della stessa via, con la stessa luce un po’ stanca e gli stessi sgabelli. Ma era il nostro posto — il posto in cui eravamo stati abbastanza a lungo da sapere come si chiamava chi serviva, da avere un ordine abituale, da sentire qualcosa che assomigliava a casa. I posti così valgono più di quanto sembri.
Ordinai. Lui aveva già qualcosa davanti.
Primo giro
«Sei arrabbiato?» gli chiesi.
Non rispose subito. Girò il bicchiere tra le mani — un gesto che faceva sempre quando stava scegliendo le parole con cura, e lui le sceglieva sempre con cura.
«No» disse alla fine. «Spaventato.»
C’è una distanza enorme tra rabbia e paura, e lui la conosceva meglio di chiunque. La rabbia ha una direzione, punta verso qualcosa, ti dà l’illusione del controllo. La paura è aperta. Non ha bersaglio. Ti lascia in mezzo a tutto senza indicarti dove guardare.
«In che senso spaventato» dissi.
«Nel senso che a 33 anni, nella mia testa, ho una vita davanti.» Fece una pausa. «Magari altri venti, trent’anni. E avere la sensazione che sia già solo questione di tempo è un pochino logorante.»
Un pochino logorante. Lo disse così — con quella tendenza sua a minimizzare con precisione, a usare la litote come forma di onestà piuttosto che di reticenza. Non stava sminuendo. Stava nominando la cosa esatta senza lasciarle prendere più spazio di quello che meritava.
Gli dissi che capivo.
«Non lo so se capisci» disse. Non con durezza — con quella franchezza diretta che era la sua forma d’amore. «Ma apprezzo che tu ci provi.»
Risi. Anche lui rise, credo.
«Un altro giro?» chiese.
Secondo giro
Parlammo di quello che portava dolore davvero. Non la malattia in sé — Ettore aveva già fatto i conti con quella, l’aveva guardata in faccia e aveva deciso come starci. Portava dolore ciò che la malattia gli toglieva la possibilità di fare.
Un figlio.
Lo disse con quella parola secca, precisa: un’eredità. Qualcuno per cui essere reale. Qualcuno che avesse un ricordo vivo di lui, non solo una fotografia e un nome. Qualcuno a cui trasmettere — non denaro, non oggetti — quella cosa difficile da nominare che era il suo modo di stare al mondo.
Stetti in silenzio un momento.
Non c’era niente di giusto da dire, quindi non dissi niente di giusto. Gli dissi che ero felice che me lo dicesse. Che preferivo saperlo. Che avrei fatto meglio a stare vicino a quello che era vero piuttosto che a quello che sarebbe stato comodo sentire.
«Sì» disse. «Lo so.»
Fuori dalla finestra passò qualcuno. La strada era quasi vuota — quella qualità delle strade tardi la sera, quando appartengono a una versione della città che di giorno non esiste.
«Ti ricordi di quando eravamo tutti a parco pepe?» dissi.
Cambiò leggermente espressione. Non sorrise subito — ci pensò, come chi ripesca qualcosa da lontano.
«Quando?»
«Quella sera che si parlava di andare in ferie insieme. Tutti volevano che venissi. Qualcuno insistette.»
«Ah.»
«Rispondesti in modo duro. Quasi scocciato. Nessuno fiato di più.»
«Sì.»
«Anni dopo seppi della tua mamma.»
Ettore guardò il bicchiere. «Non era roba da sputtanare» disse.
«No. Ma quella scena mi è rimasta impressa.» Mi avvicinai un po’. «Voglio rispondere alla gente e alla vita con la tua stessa fermezza.»
Sorrise — quel sorriso specifico che gli saliva da un lato solo quando stava per dire qualcosa di preciso e tagliente. «Non perfetto» disse. «Perfetto sarebbe troppo noioso.»
Risi. Ettore rideva con tutto il corpo quando qualcosa lo divertiva davvero — una risata che non aveva niente di controllato, di calibrato. Era uno dei pochi lussi che si concedeva.
Terzo giro
Fu lui a tirare fuori Thomas Mann.
Lo fece in modo obliquo, come faceva sempre con le cose a cui teneva davvero — quasi nascondendole, per vedere se l’altro le notava senza che glielo indicasse.
«C’è un libro» disse. «Pietre colorate. Di Mann. È abbastanza palloso, in realtà. Non troppo commerciale.»
«E allora?»
«E allora il titolo mi ha dato un’idea.» Girò ancora il bicchiere. «Sono storie di persone normali, nell’Ottocento. Villaggi austriaci, gente mite che vive la propria vita. Ognuna di queste persone è una pietra diversa. Non preziosa, non rara — diversa. E se le osservi bene da vicino, hanno tutte una grazia e una bellezza innata.»
«Già.»
«Ecco, pensavo che mi sarebbe piaciuto incontrare persone capaci di cogliere questa bellezza. Persone esterne, intendo — non solo quelle della cerchia stretta. Qualcuno che passasse e vedesse.»
Lo guardai. «Le hai incontrate, Ettore.»
«Forse.»
«Non forse. Ogni mattina che ti svegli.»
Rimase in silenzio. Poi: «Anche tu le sei, le pietre colorate. Tutte quelle mattine che mi hai risposto al telefono. Tutte le sere come questa.»
Non risposi. Non era necessario.
Fuori la strada era ancora più vuota. L’orologio dietro il bancone segnava qualcosa di tardi — l’ora in cui i posti si svuotano e quelli che restano sono solo quelli che hanno un buon motivo per non andare ancora a casa.
«Ti va un altro giro?» disse Ettore.
Quarto giro
Gli chiesi due promesse.
Non lo feci in modo solenne — le promesse solenni pesano troppo, si spezzano sotto il proprio peso. Lo feci nel modo in cui si chiede qualcosa a un amico quando si è tardi e il rumore del locale è sceso e la conversazione ha già toccato il fondo buono delle cose.
«La prima» dissi. «Ogni pensiero, ogni emozione che ti arriverà — non fare l’errore di identificarti in quella cosa. Osservala. Ricordati chi sei e cosa hai ancora da fare su questa terra.»
Annuì.
«La seconda. Non andartene prima di aver finito. Giura a te stesso che non te ne vai a tutti i costi finché non hai raggiunto quello che devi raggiungere.»
Rimase un momento in silenzio. Poi disse: «Ti prometto che resterò aggrappato alla vita più che posso.»
Non era una risposta facile da dare. Era la risposta vera — quella che costava qualcosa, che non garantiva niente ma che era la sola cosa che poteva dare con onestà.
«Tu sei il meglio che la vita possa presentare alle persone» dissi.
«Non esagerare.»
«Non sto esagerando. È la verità, e lo sai.» Mi fermai un secondo. «È anche per questo che ti ho scelto come testimone. Per me.»
Abbassò la testa. Quando la rialzò aveva gli occhi lucidi — non piangeva, era un momento prima del pianto, quella soglia in cui il corpo decide ancora.
«Sto cercando di tenere» disse.
«Lo so.»
«Mi fa male» disse. Non specificò cosa. Non era necessario.
«Vedi di restarmi accanto» gli dissi. «Per tutti i momenti di annebbiamento ancora da venire. Come hai fatto in passato. Ne avrò bisogno anche per il futuro.»
«Ci sarò» disse.
E io gli credetti. Non perché fosse una promessa facile — era la più difficile che potesse fare. Gli credetti perché era Ettore, e Ettore non diceva cose che non intendeva.
Quinto giro
Era tardissimo ormai.
Il locale si era quasi svuotato. Restava qualcuno al bancone, qualcuno all’altro lato della sala — quei presenze silenziose che popolano i posti di notte e che sembrano sempre appartenere a un’altra storia.
Gli ricordai una sera di anni prima. Un bar diverso, una serata diversa — avevamo bevuto troppo, come facevamo a volte, quella combinazione di leggerezza e stanchezza e voglia di restare ancora un po’. Erano entrati dei vecchietti — cinque, sei, non ricordo — e ad un certo punto si era messa su una canzone. Una di quelle canzoni che conosci senza sapere di conoscerla, che appartengono all’aria del posto in cui sei cresciuto.
Avevamo iniziato a cantare. Prima sottovoce, poi a squarciagola — tutti insieme, noi e quei vecchietti mai visti prima, abbracciati come se ci conoscessimo da sempre.
Ognuno di quei vecchietti aveva alle spalle una storia intera che non avremmo mai conosciuto. Una vita, dei lutti, delle gioie, delle serate esatte come quella — con altri amici, in altri posti, tanti anni prima. Pietre colorate, ciascuno. Con la propria grazia, visibile solo da vicino.
Ettore sorrise — un sorriso diverso dagli altri, più morbido, senza la difesa consueta.
«Non potrei mai dimenticare» disse.
«Io custodisco gelosamente ogni ricordo legato a te» risposi.
Poi rimasi in silenzio un momento. E poi dissi: Ti amo, Ettore.»
Non esitò. «Anch’io, Sandy.»
Ci salutammo fuori. La notte aveva quella qualità ferma di quando il caldo estivo ha finalmente mollato la presa e l’aria è quasi fresca, quasi pulita. Gli dissi di scrivermi, di chiamarmi, di usarmi come voleva — come diario, come cassa di risonanza, come spazio dove mettere le cose che non trovavano altro posto.
«Va bene» disse. «Lo farò.»
«Be avast» dissi — la nostra espressione, quella che usavamo da anni e che non aveva una traduzione precisa ma che significava qualcosa come stammi bene e a presto e so che ci sei tutto insieme.
«Va bien» disse lui.
E se ne andò.
Lo guardai allontanarsi fino all’angolo. Aveva un modo di camminare che era rimasto lo stesso nonostante tutto — quella passo fermo, leggermente rallentato ora, ma riconoscibile. Una pietra colorata in movimento, con la propria grazia innata, visibile solo se ci stavi abbastanza vicino da vederla.
Quella notte non riuscii a dormire.
Non per il dolore — il dolore sarebbe arrivato dopo, con tutta la sua precisione. Quella notte non riuscii a dormire per qualcosa di diverso: la sensazione strana, quasi fisica, di aver partecipato a qualcosa di raro. Una di quelle conversazioni che capitano poche volte nella vita — quando due persone smettono di gestire la distanza tra loro e la abitano, invece, senza difese.
Un simposio, avrebbero detto i greci. Non nel senso banale del banchetto — nel senso originale: il bere insieme, il pensare insieme, lo stare insieme nella verità delle cose.
Ettore morì. Il cancro vinse la parte biologica — quella del corpo, quella misurabile. Nei giorni dopo, molte persone che lo avevano conosciuto lo salutarono come si salutano i morti nell’epoca in cui viviamo: con una canzone in una storia, un post, una citazione. Le stesse canzoni che avevamo ascoltato insieme per anni — quelle che per noi non erano colonna sonora ma qualcosa di più preciso, di più intimo. Qualcosa che aveva un nome esatto, anche se non lo dicevamo mai ad alta voce.
Music for lonely guys.
Non è una definizione malinconica. È la più onesta che abbia mai sentito applicata a due persone come noi. Perché chi sente le cose in un certo modo — chi non riesce a farle in maniera superficiale, chi vive tutto con quella densità particolare che non si sceglie ma si è — finisce spesso per sentirsi invisibile. Non solo. Invisibile. C’è differenza. La solitudine ordinaria è l’assenza degli altri. Questa è la presenza degli altri che però non ti vedono davvero — che guardano ma non arrivano mai al fondo, che ascoltano ma non sentono ciò che sta sotto le parole.
Il nostro dolore più grande, credo, era proprio questo. Voler essere visti. Visti davvero — non come siamo nel ruolo che ricopriamo, non come siamo quando siamo presentabili, ma come siamo nelle serate tarde in cui il locale si svuota e il caldo dell’estate ha finalmente mollato la presa e sul bancone ci sono i bicchieri degli ultimi cinque giri (più i bonus) e non si ha nessuna voglia di tornare a casa.
Ettore mi vedeva. Io vedevo lui. Era raro — più raro di quanto si creda, più raro di quanto si ami ammettere.
Le persone che usarono quelle canzoni per salutarlo non avevano capito niente. Non per cattiveria — semplicemente non potevano. Certe cose si capiscono solo dall’interno, solo se sei stato abbastanza a lungo in quel posto specifico, con quella luce stanca e quegli sgabelli e quella qualità del silenzio che si crea quando due persone smettono di gestire la distanza tra loro.
Poi smisero, come smettono tutte le cose sui social. La vita andò avanti, come va sempre avanti, indifferente e puntuale.
Ma ogni volta che rispondo alla vita con fermezza, senza spiegazioni, senza chiedere permesso — so da dove viene.
Ogni volta che mi fermo abbastanza a lungo su una persona da vederne la grazia nascosta — so da dove viene.
Ogni volta che dico ti amo senza aspettare il momento giusto — so da dove viene.
E ogni volta che mi siedo in un posto tardi la sera, con qualcosa di pesante nel bicchiere e troppa voglia di restare ancora un po’ — sento la sua voce.
Ti va un altro giro?
Sì, Ettore. Sempre.