Sir Mike

Quando ho capito, sono uscito.

Prima dalla tua stanza. Poi dal tuo appartamento. Dopo dalla mia testa. Infine dal mio cuore.

Ogni uscita è stata una piccola amputazione. Precisa, silenziosa, irreversibile. Il tipo di dolore che non urla — si limita a essere lì, costante, come un peso.

Ancora una volta i miei desideri, i miei sentimenti, la mia volontà intera, sono diventati ludibrio della sorte. E stavolta non riesco a farmela passare con la solita alchimia interiore che ho sempre usato per trasformare le perdite in qualcosa di utile. Stavolta non funziona.

Perché mai nessuno che duri tanto?

Non è una domanda retorica. È la domanda vera, quella che si fa a notte fonda quando non c’è nessuno a cui farla. Chi lo ha chiesto questo dolore? A chi? Quando? Chi si è permesso di decidere per me — senza consultarmi, senza avvisarmi, senza lasciarmi nemmeno la possibilità di prepararmi?

E cosa me ne faccio ora di tutta questa rabbia?

Non voglio emanciparmi da questo incubo cercando scorciatoie. Non voglio distrazioni che mi aiutino a non pensarci — il non pensarci è una resa travestita da sollievo. E non permettetevi di darmi consigli. Nessuno sa cosa c’è qui dentro, e chi crede di saperlo si sbaglia di brutto.

Introspezione dopo introspezione, mi sono ritrovato in un mondo selvaggio.

Sto esplorando luoghi in cui la ragione non basta a sé stessa — dove i concetti che di solito reggono le cose cedono, dove le mappe smettono di funzionare e bisogna procedere a vista, fidandosi di qualcosa che non si riesce a nominare. È un territorio che non conoscevo, o che forse conoscevo solo in superficie, senza mai averci davvero messo piede.

Sono in questo mondo in una solitudine atroce. Mai, prima d’ora, mi ero sentito così solo. Mai, allo stesso tempo, mi ero ritrovato così tanto. È il paradosso più strano che mi sia mai capitato di abitare: meno siamo, più ci sono. Come se la tua assenza avesse fatto spazio a qualcosa di me che non riusciva ad esistere mentre eri presente.

Non so se questo mi consola o mi spaventa. Probabilmente tutte e due le cose insieme.

Eravamo così simili, Mike.

Tu mi guardavi. Io ti vedevo. C’è differenza — una differenza enorme — tra essere guardati ed essere visti. Con te accadeva la seconda cosa, e non è roba comune. Non è roba che si trova facilmente e che si sostituisce ancora più facilmente.

Quindi ti chiedo — e lo faccio sapendo che la domanda è strana, forse assurda, forse bellissima: per le leggi alle quali ora devi sottostare, e solo se lo ritieni utile per entrambi, puoi indicarmi su quali frequenze sintonizzarmi per sentirti ancora? Su quale spettro di luce orientarmi per vederti ancora?

Non è follia. È il tentativo più onesto che riesca a fare.

Non mi sono perso in questo viaggio. Mai. E per fortuna mi è stato insegnato — da chi, non saprei dire con certezza — a lasciarmi dei punti di riferimento alle spalle per un eventuale ritorno. Ho sparso pietre colorate un po’ ovunque, dentro di me e fuori di me, per ritrovare la strada di casa. Non necessariamente per ripercorrerla — ma per non dimenticare da dove vengo.

Ogni maschera è caduta. Non sono mai stato così sincero con me stesso come in questo viaggio, Mike. E lo sarò per sempre.

Lo sarò per sempre, esattamente come sono stato sincero quella sera in cui cantammo Cutugno a squarciagola in un bar, insieme a degli anziani mai visti prima, abbracciati l’un l’altro come se ci conoscessimo da sempre. Una di quelle serate in cui ci scrollavamo di dosso il peso di un futuro incerto e tornavamo, per qualche ora, finalmente bambini.

«Ti ricordi?» chiesi.

«Non potrei mai dimenticare» rispondesti.

Neanch’io, Mike. Neanch’io.

«Ti amo.» dissi.

«Anche io, Angels.» rispondesti.

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