Fitta, antica, percorsa da sentieri che solo lei conosce — e alcuni nemmeno lei. Dentro ci sono zone buie, bestie che si tengono lontane dalla luce, radure improvvise di bellezza. Ci sono alberi caduti che nessuno ha visto cadere e terreno che non ha mai sentito un passo straniero.
Quando due persone si incontrano, escono dalla propria selva e si trovano una di fronte all’altra. Si guardano. Si parlano. Si sfiorano. Ma dietro ognuna di loro resta il bosco — intatto, inaccessibile, muto. E di quel bosco non sappiamo nulla. Non possiamo sapere nulla.
Questa è la prima cosa che ho capito sull’amore, o su ciò che per anni ho chiamato con quel nome.
Per lungo tempo ho accampato fuori da una selva che non era mia.
Non so dirti esattamente quando ho piantato la tenda, né perché proprio lì. So che qualcosa — uno sguardo, un gesto, la qualità di una certa attenzione — mi aveva convinto che dentro quel bosco ci fosse qualcosa che mi riguardava. Qualcosa che aspettava.
Così mi fermai.
Accesi un fuoco. Me ne presi cura ogni giorno, con la cura silenziosa di chi non ha altro a cui aggrapparsi. Alimentavo la combustione e lui mi aiutava a dialogare con i miei demoni, con l’attesa, con tutto quello che non riuscivo a dire ad alta voce. Fuori non accadeva niente. La selva restava selva — ferma, indifferente, bellissima.
Ci furono notti che distrussero tutto. Vento, pioggia, il fuoco spento, la capanna a pezzi. Ogni volta ricostruivo. Ogni volta ricominciavo ad aspettare. Non per ostinazione romantica — o almeno così mi raccontavo — ma perché non sapevo fare altrimenti. Perché quella selva era diventata il mio orizzonte, e senza un orizzonte non sai dove guardare.
Poi, un giorno, mi arresi.
Non fu una decisione drammatica. Fu lenta, silenziosa, quasi indolore — come quando un fuoco si consuma senza che te ne accorga e ti ritrovi davanti alla brace. Smisi di alimentarlo. Lasciai che si spegnesse. Mi alzai, mi girai, e cominciai ad andare.
È a quel punto che vidi la fiamma.
Veniva dall’interno del bosco. Fievole, quasi timida, ma inequivocabile. Qualcuno dall’interno aveva acceso un fuoco. Per me.
Mi fermai. Il terreno sotto i piedi smise di essere familiare. Sentii qualcosa che non saprei chiamare altrimenti che meraviglia — quel misto di stupore e terrore che ti prende quando la realtà supera ciò che avevi immaginato e non sai ancora se è un dono o una trappola.
Entrai nel bosco.
Camminai con cautela, sentendo le bestie intorno — quelle che aspettano sempre il primo passo falso. Ma non mi fermai. Il fuoco si faceva più vicino, più nitido. E quando uscii dall’altra parte, finalmente, c’era lei — e il fuoco che aveva acceso per me.
Mi aveva visto. Si era accorta. Aveva risposto.
Avrei dovuto essere felice. Dopo tutto quel tempo, dopo tutto quel fuoco tenuto vivo, avrei dovuto sentire qualcosa sciogliersi — una resa dolce, un arrivo.
Invece dentro di me qualcosa non tornava.
Era sottile, quasi impercettibile, ma reale. Come una nota stonata in un accordo perfetto. Come qualcosa che non quadra e non riesci a nominare ma che il corpo riconosce prima della mente.
Ci ho messo del tempo a capire cosa fosse.
Anni di desiderio non erano stati conoscenza. Erano stati costruzione. Avevo edificato dentro di me una selva immaginata — i suoi contorni, le sue radure, la qualità della luce tra i suoi rami. Ma quella selva era mia, non sua. Era la proiezione di ciò che speravo, non la mappa di ciò che era.
Quando finalmente ero entrato nel bosco reale, avevo trovato qualcosa di diverso. Non peggio, non meglio — diverso. E quella differenza era la verità: che non avevo mai conosciuto quella selva, l’avevo solo immaginata. E tra le due cose c’è un abisso che nessuna luce di nessun fuoco riesce ad attraversare.
La allontanai. E non ho mai provato un dolore così preciso in vita mia.
Non il dolore dell’assenza — quello lo conoscevo bene. Ma il dolore della rinuncia consapevole. Il dolore di dire no a ciò che vuoi, perché hai capito che ciò che vuoi non è ciò che esiste.
Siamo selve, appunto.
Non possiamo forzare nessuno ad uscire dal proprio bosco. Non possiamo pretendere di conoscerlo davvero — nemmeno quando ci accampiamo fuori per anni, nemmeno quando entriamo. Possiamo solo accendere un fuoco e sperare che l’altro lo veda. Possiamo solo camminare con cautela quando ci viene dato il permesso di entrare.
E a volte — questa è la cosa che nessuno ti dice — a volte usciamo dall’altra parte e scopriamo che anche la nostra selva, nel frattempo, è cambiata. Che ciò che eravamo quando abbiamo acceso il fuoco non siamo più. Che il desiderio era reale, ma apparteneva a una versione di noi che non abita più lo stesso bosco.
Il no più difficile non è quello che diciamo agli altri.
È quello che diciamo a noi stessi quando capiamo che avevamo costruito tutto — tutto — su una mappa sbagliata.