Per Stefy, il giorno del nostro matrimonio

È da un po’ che mi esprimo solo quando necessario, preferendo il silenzio e l’ascolto. Tengo troppo alla forma dell’espressione e, più di tutto, al contenuto.

Per me il linguaggio è tutto.

Se ci esprimiamo con approssimazione, ci abituiamo a pensare con approssimazione. E il pensiero grossolano, impreciso, sciatto ci intrappola in quel limbo di presunta consapevolezza in cui finiamo per credere a tutto ciò che ci raccontiamo — e in cui molti vivono senza essere ancora nati.

Un linguaggio chiaro consente di cogliere le intuizioni, di trasformarle in intenzioni e ancora in azioni. Un linguaggio chiaro è garanzia di libertà.

E dovendo leggere questa lettera oggi, nel giorno del nostro matrimonio, sono chiamato ad esprimermi su cose e pensieri intimi che tu sai essere, per i più, inammissibili. Lo farò cavalcando i giganti — avvalendomi dei pensieri dei miei maestri e della presenza adamantina dei miei testimoni: Domenico, Ignazio e Mike.

Perdonami se non ho ceduto a nessun giuramento ecumenico. Non riesco ad assecondare una cultura misogina e maschilista che si sente in dovere di dirci come dovremmo vivere — e addirittura come dovremmo morire — che ci riempie di regole fino a toglierci il fiato e farci dimenticare chi siamo davvero.

Perdonami se oggi non darò voce ad alcuna promessa. Promettere, per sua natura, ammette la possibilità di infrangere una promessa.

Le mie motivazioni sono ancora più profonde. Anche se tra poco ci daremo al vino, non voglio e non posso dimenticare i conti che ho fatto con il tempo.

La promessa di un padre a sua figlia di una vita serena — e che ora invece si satura di polvere e sangue a causa di un sadico maschilista — ha meno peso della mia? La promessa di un genitore di non voler sopravvivere ai propri figli ha meno peso della mia? La promessa di un giovane a sé stesso di vincere una malattia bastarda ha meno peso della mia?

Dall’alto di quale presunzione?

Queste sono leggi fatte dall’uomo e, pertanto, sono al di sotto dell’uomo. Perdonami. Non ce la faccio.

Piuttosto che pogare tra la pesantezza di giuramenti e promesse, ti chiedo invece: permettiamoci.

Permettiamoci di fallire — siamo e restiamo esseri umani, ed è proprio nei fallimenti che troveremo le più grandi opportunità di crescita.

Permettiamoci di avere dubbi, che sono il coronamento della vita.

Permettiamoci di avere tempo — siamo bambini in fondo, e dovremmo pensare a giocare prima che sia troppo tardi.

Permettiamoci di essere fari malfunzionanti per i nostri figli. Non sempre riusciremo a fare luce nelle loro vite. Possono e devono andare lontano — fin dove non li vedremo più. E noi saremo sempre qui quando vorranno tornare.

Permettiamoci di non interferire l’uno nella vita dell’altra. Di fatto non ci apparteniamo. A volte dovremmo proteggerci da noi stessi e dalle nostre irrisolte nevrosi.

Permettiti, Stefy.

Permettiti di portare alla luce i tuoi demoni — non si tratta di esserci nel bene o nel male, si tratta di diventare quel bene e quel male per riequilibrare sé stessi.

Permettiti di mirare alla tua personale evoluzione. Sei in questo mondo per diventare ciò che sei destinata ad essere. E ogni volta che ti sarai ritrovata, tradisciti. Permettiti di tradire, Stefy — perché oltre quel finto recinto sicuro del senso di appartenenza c’è uno spazio d’identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, dove basterai a te stessa.

Permettiti di vivere la vita che potresti ancora vivere e di fare tutti quei pensieri a cui potresti ancora pensare. Non sarai mai responsabile di come gli altri si sentano — ma della tua felicità sì.

Permettiti, infine, di avere il cuore leggero. Sempre. Il mondo è un posto grande che sa essere brutale, ma la vita è breve — davvero troppo breve. Chiediti sempre cosa ti rende felice e poi fallo. Se il mondo è così brutale è perché non ci sono abbastanza persone felici.

Sono certo che se riusciremo a permetterci tutto questo, avremo possibilità di successo nel portare a termine uno dei nostri obiettivi principali: crescere in maniera sana i nostri figli, fornendogli i giusti strumenti per affrontare quella forma di investimento con il più alto tasso di ritorno che esiste — la vita.

Così avremo dei bambini consapevoli che non esiste il giorno più bello della vita, ma che ci sono giorni sì e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore.

Dei fanciulli consapevoli che il male esiste e la sofferenza fa parte della vita, ma esiste anche la magia, le risate di gusto e l’amore. E che senza l’una non potranno mai apprezzare l’altra.

Dei ragazzi consapevoli che non dovranno salvare nessuno — perché tutti si salvano da soli.

Degli adulti consapevoli che la vita non è una gara di performance, e che sono in competizione solo con sé stessi. Che il mondo ha bisogno del loro impegno per diventare un posto più bello e giusto.

Degli uomini consapevoli che piangere non farà di loro dei deboli. Che se non svilupperanno la femminilità che è in ogni uomo non saranno mai persone complete. Che se non si sposeranno, o decideranno di non avere figli, o se il loro corpo esulterà con un uomo anziché con una donna, o se qualche desiderio non si realizzerà — potranno essere felici lo stesso. Ovunque si troveranno. A prescindere da tutto. A prescindere da chiunque.

Delle persone dai grandi ideali e non attaccate a stupide bandiere. Che preferiranno l’azione all’immobilità, il coraggio alla comodità, la ricerca della verità più della verità stessa. Che sceglieranno i fatti più delle parole e la conoscenza piuttosto che saperi di seconda mano.

Per fare tutto questo avranno bisogno di coraggio. La libertà è il segreto della felicità, ma il coraggio è il segreto della libertà.

Spetta a noi fornirgli i giusti strumenti — prima scegliendo con cura le parole, poi con l’esempio.

Per concludere, Stefy, ti chiedo una cosa sola: ogni tanto, in tutto questo, prendiamo un appuntamento solo per noi. Scegliamo del buon vino, mettiamo su della buona musica e, con leggerezza, raccontiamoci di noi e di quello che stiamo sperimentando — affinché il desiderio non si saturi mai.

Lasciamo un segno del nostro passaggio su questa terra. Così, magari, se mai dovessimo rinascere, avrò degli indizi per ricordare e venirti a cercare ancora.

Ti va, Stefy?

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