Il Cancro e il Leone

Oggi è il mio trentasettesimo compleanno e non ci sarà nessun messaggio da parte tua.

Oggi è anche il giorno in cui mi sposo. Tu hai confermato, come facevi sempre — puntuale, affidabile, con quella tua presenza che riempiva gli spazi senza invaderli. Ma non sarai qui. Sarai in una forma la cui luce sfugge ai miei occhi, e io passerò la giornata a cercarti tra i volti degli altri, alleviando il dolore tra un ricordo e qualche flûte di troppo di prosecco.

Non è lutto da superare, Mike. Non è debolezza. È che quando trovi la bellezza e dopo la perdi, inizia una lotta contro la nostalgia — una lotta per cui nessuno ti prepara e che non sai bene dove dovrebbe condurti.

Per anni abbiamo avuto una casa sull’albero.

Non era un posto che il mondo avrebbe scelto. Lontano dal centro, quasi sempre vuoto, con quella reputazione sospesa tra l’indifferenza e il pregiudizio. La gente che ci conosceva alzava un sopracciglio — e noi lo lasciavamo alzare. Perché avevamo capito una cosa che fuori non si capisce facilmente: che i posti giudicati male sono spesso i più onesti. Che la marginalità, quando la scegli, diventa libertà.

Lì eravamo al sicuro dagli occhi che pesano, dai giudizi che classificano, dalla necessità di essere sempre all’altezza di una reputazione. Tre persone integrate, rispettate, che si concedevano il lusso di essere imperfette. Di ridere forte, di cantare stonati, di ubricarsi senza dare nell’occhio. Di essere, semplicemente, umani.

Ricordo una sera in particolare — Cutugno a squarciagola con degli anziani mai visti prima, abbracciati l’un l’altro come se ci conoscessimo da sempre. Nessuno di noi era tornato bambino — eravamo diventati qualcosa di più preciso: eravamo tornati liberi.

«Ti ricordi?» chiesi.

«Non potrei mai dimenticare» rispondesti.

Quella casa sull’albero ci ha protetti. Non dai venti, non dalle tempeste — quelle arrivano sempre, da qualsiasi altezza. Ma dai veri mostri: quelli che stanno fuori, che indossano facce rispettabili e parlano il linguaggio del giudizio. Lì dentro non entravano. Lì dentro c’era solo quello che conta: la presenza, la fiducia, la bellezza disordinata dell’amicizia vera.

E poi è arrivato il mostro con il nome più brutale di tutti.

Anche lui veniva da fuori. Da quel fuori che pensavamo di aver imparato a tenere a distanza. Ma certi mostri non chiedono il permesso di entrare.

Non ti dirò che sono sempre felice, che ho trovato una cura per l’ansia o che ho imparato a gestire la rabbia. Mentirei, e tu lo sapresti.

Quello che ho capito — e te lo devo — è che sono tutte cazzate. Che non esiste una tattica definitiva per affrontare i tormenti. Che l’ansia e la rabbia non sono nemici da sconfiggere: sono parti di me che mi indicano dove guardare, cosa non ho ancora risolto, chi non sono ancora diventato. E che nonostante tutto questo — nonostante gli abissi — è possibile essere sereni. Non felici sempre. Sereni, sì.

Sono un Cancro, in fondo. Segno d’acqua, segno di protezione, segno di chi porta tutto dentro prima di lasciarlo uscire. Cancro è anche il nome della malattia che ti ha preso — e questa coincidenza non l’ho mai trovata neutra. Come se il destino avesse voluto mettere insieme, in una sola parola, tutto ciò che fa più paura e tutto ciò che genera più cura.

Tu eri un Leone. E hai fatto esattamente quello che fanno i leoni: hai guardato il pericolo negli occhi fino alla fine, lucidamente, senza cercare scorciatoie. Hai rifiutato ogni ausilio che avrebbe attutito la consapevolezza, preferendo restare presente — completamente presente — fino all’ultimo. Non so se questo sia coraggio o qualcosa di più sottile. So che è stata la dimostrazione più netta di come si dovrebbero, condizionale d’obbligo, affrontare le avversità: restando. Combattendo per ciò che si dice di amare. Non scappando.

Di questa pasta era fatto il nostro gruppo. E ti garantisco che continuerà ad esserlo.

Ritrovo parti di te in chi è rimasto — nello sguardo, nel modo di stare, in certi silenzi che parlano esattamente come parlavi tu. Non voglio credere sia una coincidenza, anche perché non credo alle coincidenze. Vuol dire che hai seminato bene. Che il lavoro che hai fatto su te stesso e sugli altri ha attecchito. Che, in un senso che va oltre la biologia e forse oltre la ragione, ce l’hai fatta.

Sono grato, Mike. Egoisticamente, profondamente grato.

E sono fiducioso — e questo è forse il dono più strano che mi hai lasciato — perché se è vero, ed è vero, che l’osservatore determina la realtà, allora qualcuno combina gli incontri. Qualcuno decide quali fuochi si vedono e quali sentieri portano dove devono portare. Spetta a noi capirne il senso, senza smettere di camminare.

Mi auguro che un giorno questo osservatore mi permetta di rincontrarti.

Vorrei accarezzare ancora la tua bionda criniera, Leone.

Ciao Mike.

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