Ci sono viaggi che finiscono quando torni a casa e altri che, invece, iniziano proprio lì. Restano addosso. Cambiano il modo in cui guardi una strada, una cartina, un’auto caricata male ma con criterio.
Questo è uno di quei viaggi.
È stato il mio primo vero viaggio in overlanding con Stefy. Nessuna prenotazione, solo una mappa con i punti di interesse, un’auto, una tenda e la voglia di lasciarci trasportare. L’itinerario era questo: Altamura, Castellana Grotte, Torre Guaceto, Lecce, Oasi WWF Le Cesine, Torre dell’Orso, Otranto, Santa Cesarea Terme, Santa Maria di Leuca, Porto Cesareo, Marina di Pulsano, Taranto e ritorno. Detto così sembra una lista. In realtà è stato un filo che ci ha portati dentro paesaggi molto diversi tra loro, tutti capaci di lasciarci qualcosa.
Se devo essere onesto con me stesso, un viaggio così non nasce per caso. Nasce da qualcosa che covava da tempo. Io ho sempre odiato il sabato sera inteso nel modo più convenzionale possibile — quel rito vuoto, ripetitivo, stanco. Prepararsi, uscire, raggiungere il gruppo, aspettare ore prima di sedersi in un locale, cenare, tornare a casa per ricominciare tutto da capo. Non mi ha mai dato nulla. Anzi, mi ha sempre dato la sensazione di partecipare a qualcosa che non mi apparteneva.
Io cercavo altro. Volevo altro. Ero altro.
E credo che l’overlanding, ancora prima di diventare una pratica, sia stato proprio questo: una forma coerente di disobbedienza. Un modo di abitare il tempo e lo spazio in maniera più mia.
Siamo partiti con una traccia mentale codificata in un file excel, qualche appunto e il desiderio di circumnavigare la Puglia. Nient’altro che potesse togliere spazio all’imprevisto. Quando parti senza avere tutto incastrato, prenotato, blindato, il viaggio smette di essere una sequenza di conferme e torna a essere un’esperienza vera. Devi adattarti. Devi osservare. Devi decidere strada facendo. E proprio per questo ti accorgi di essere molto più vivo.
Alle Grotte di Castellana capisci nel giro di pochi secondi quanto sia facile passare da uno stato d’ansia a uno di stupore. Ti ritrovi davanti a quell’immensità verticale, scavata, millenaria, e ti senti infinitamente piccolo — nel senso buono, quello che non ti schiaccia ma ti alleggerisce.
All’Oasi delle Cesine impari che perfino le cose che credevi di conoscere non sono come le avevi archiviate nella testa. Gli alberi, per esempio. Da bambino li disegni con il tronco marrone e la chioma verde. Poi cresci, vai davvero in mezzo alla natura e scopri che le cortecce possono essere azzurre, grigie, argentate, piene di sfumature che nessun disegno scolastico ti aveva raccontato. Le caviglie martoriate dagli insetti e il prurito feroce che ti porti dietro per ore, alla fine, valgono il capitale depositato nei ricordi. Paghi un piccolo pedaggio fisico per portarti a casa qualcosa che ti resta per sempre.
Lungo il percorso abbiamo incontrato anche una biscia dal collare — Natrix natrix helvetica, per chi vuole il nome preciso. Non morde per aggredire. Non merita il timore automatico che proiettiamo su tutto ciò che non conosciamo abbastanza. E forse anche questo fa parte del viaggio: scoprire che molta paura nasce più dalla nostra ignoranza che dalla realtà delle cose.
La parte di costa da Lecce a Santa Cesarea Terme è rimasta tra le più belle in assoluto. Una sequenza di scorci, luce, aperture sul mare e cambi di atmosfera che ti fanno capire quanto sia insensato vivere in una terra così e continuare a guardarla con gli occhi della fretta. In alcuni tratti avevo la sensazione che il viaggio stesse facendo da solo gran parte del lavoro. Noi dovevamo solo esserci.
Poi c’è l’episodio che ancora oggi mi fa sorridere.
Verso le tappe finali, prima del rientro passando per Taranto, non trovavamo un posto dove dormire. Niente. Le soluzioni in zona avevano prezzi incompatibili con il tipo di viaggio che stavamo facendo, così ci siamo spostati nell’entroterra, a Mesagne. A un certo punto ci siamo fermati davanti a una chiesa — non ricordo nemmeno se con vera fiducia o più per stanchezza. Un prete ci notò, capì al volo la situazione e chiamò una struttura nelle vicinanze che ospitava fedeli e pellegrini.
Camera semplicissima. Letti separati. E al centro della stanza, un quadro gigantesco di Gesù che rendeva tutto ancora più surreale. Eravamo stanchi morti, un po’ increduli e decisamente divertiti — anche se, va detto, tutto questo spense definitivamente quel poco di libido rimasta per quella notte.
È uno di quegli episodi che da fuori sembrano piccoli e invece diventano la prova perfetta del senso del viaggio: quando non controlli tutto, il mondo trova modi molto più interessanti di sorprenderti.
Una delle cose che mi ha colpito di più, lungo tutto il giro, non è stata solo la bellezza dei luoghi. A restarmi dentro è stato il calore delle persone incontrate sulla strada. Più di una volta ci siamo trovati davanti a qualcuno che, sapendo che non avevamo prenotato nulla, si è offerto di ospitarci — non per convenienza, non per circostanza, ma per puro slancio umano. In un tempo in cui tutti parlano di connessioni e sempre meno sanno creare contatto, questa cosa ha avuto un peso enorme.
Mi ha ricordato una verità semplice: quando viaggi così, non incontri solo luoghi. Incontri anche il bene che sopravvive nelle persone nonostante tanta bruttezza.
Ci sono viaggi che ricorderesti comunque. Ma vissuti con la persona giusta assumono un’altra densità, cambiano proprio consistenza emotiva. Condividere l’incertezza, la stanchezza, le deviazioni, i panorami, il sonno, le soste, il cibo improvvisato, le decisioni dell’ultimo minuto trasforma il viaggio in qualcosa di molto più profondo di una vacanza. Lo trasforma in una prova dolce di complicità.
Ed è lì che ho capito una cosa importante: l’overlanding non è solo il modo in cui ti muovi. È anche il modo in cui stai con qualcuno dentro il movimento.
Ripensandoci oggi, credo che il passaggio all’overlanding sia avvenuto proprio in quel giro. Non in un momento preciso, non con una dichiarazione. Ma dentro quel modo di stare sulla strada. Dentro il rapporto con i tempi, con la tenda, con l’assenza di prenotazioni, con il gusto di un itinerario aperto.
Ho smesso di pensare solo al terreno. Ho iniziato a pensare davvero al viaggio.
E la meta contava, sì — ma contava meno di come ci arrivavamo.