Nel 2021 ho prenotato un’escursione offroad sul Gargano. L’ho prenotata per un solo motivo: riempire gli occhi di Dany di meraviglia.
C’è un egoismo buono nel fare cose del genere. Non lo fai solo per lui. Lo fai anche per il privilegio di essere lì quando succede.
Quando si pensa al Gargano, viene in mente il mare. Le spiagge. Le cartoline. Quel tour prometteva altro: il territorio interno, i sentieri sterrati, le incisioni carsiche, i crinali, la foresta. Non stavamo semplicemente andando in giro in fuoristrada. Stavamo entrando in una parte del Gargano che chiede attenzione, lentezza, disponibilità a lasciarsi sorprendere.
Io e Dany eravamo sul tetto del Defender. Per tutto il tempo.
Detta così sembra avventura pura. In realtà è stata anche tremendamente faticosa. Per restare in equilibrio dovevo tenermi saldamente alla sponda laterale del tetto con una mano, mentre con l’altro braccio stringevo Dany — per proteggerlo, stabilizzarlo, fargli vivere tutto senza paura. Alla fine avevo dolori terribili alla mano e al braccio. Ma è uno di quei casi in cui il corpo paga volentieri un prezzo che l’anima considera irrilevante.
La vista da lassù non si descrive. Non per l’ampiezza del paesaggio, ma per la posizione da cui lo guardavamo. Non eravamo dentro l’esperienza. Eravamo sopra, sospesi, esposti. Tutto sembrava più netto.
Il percorso ci ha portati nel Torrente Romondato, una delle incisioni carsiche più strette del Gargano: una geologia che racconta un tempo molto più grande del nostro. Da lì abbiamo risalito fino al crinale che porta alla Foresta Umbra. La faggeta vetusta riconosciuta dall’UNESCO non ha bisogno di impressionarti. Le basta esistere per ridimensionarti.
Lungo il percorso: cervi, tartarughe, pesci. E rane minuscole, lunghe mezzo centimetro, ferme sul bordo degli stagni come piccoli dettagli messi lì apposta per insegnarti a guardare meglio. La meraviglia non arrivava sempre in grande. A volte si presentava in miniatura, chiedendoti solo di rallentare abbastanza da accorgertene.
Il ricordo più forte di quella giornata non è il Defender. Non è la Foresta Umbra.
È Dany. Il suo sguardo. Il suo stupore. Il modo in cui il mondo, davanti a lui, sembrava ancora intatto e gigantesco.
Essere padre ha anche a che fare con questo: fare fatica senza che il figlio la percepisca come peso, ma solo come protezione. Tu senti il braccio che cede, la mano che duole, i muscoli che si irrigidiscono. Dentro stai bene lo stesso. Perché quel dolore fisico viene lenito da qualcosa che non ha nome preciso ma che riconosci subito.
A volte pensiamo che per costruire un ricordo servano grandi cose. Poi arriva un tetto di lamiera a smentirci.
Basta un vecchio Defender. Basta stare in equilibrio abbastanza a lungo. Basta un bosco, una gola carsica, un cervo in lontananza, una rana minuscola sul bordo di uno stagno. Basta guardare qualcuno che ami mentre scopre quanto è grande il mondo.
Quel giorno non avevo prenotato un’escursione offroad. Avevo prenotato, nel modo più umano possibile, un pezzo di memoria da costruire insieme a Dany.