Crederci forte

C’è stato un momento in cui ci ho creduto davvero.

Non con quella fede sterile di chi annuisce durante un corso e poi torna a casa uguale a prima. Con quella totale, viscerale, un po’ infantile, di chi ha trovato finalmente una risposta che sembra reggere il peso di tutte le domande. Ho studiato, investito, frequentato, predicato. Ho comprato libri e seminari. Ho applicato metodi con la serietà di chi non può permettersi di sbagliare. Per un periodo ho parlato di mindset come si parla di una scoperta scientifica, con quella certezza che appartiene solo a chi non ha ancora seguito il bianconiglio fino in fondo.

Poi ho seguito il bianconiglio fino in fondo.

E lì, nella tana, ogni principio sano è stato sovvertito. Intendiamoci: esiste chi lavora sulla motivazione con rigore, onestà intellettuale, e rispetto genuino per chi sta attraversando un momento difficile. Esiste chi usa questi strumenti come ancora e, quella scelta, merita rispetto non ironia. Non è di loro che parlo.

Parlo di quell’altra fetta, quella che ha trasformato principi validi in un mercato di certezze preconfezionate, dove la crescita personale ha un prezzo di listino e la trasformazione interiore si acquista a rate. Quella in cui al primo attrito serio ti viene venduta una tecnica, un corso avanzato, un weekend residenziale. Quella in cui ti chiedono di battere cinque al vicino di posto: quello è il momento in cui capisci che stai recitando in una commedia di cui non hai scritto il copione.

Prima è arrivato l’imbarazzo. Poi la disillusione. Poi, quando hai sperimentato sulla tua pelle che non funziona — soprattutto quando sei costretto a elaborare i lutti, quando la realtà ti presenta un conto che nessun pensiero positivo può saldare — è arrivata la rabbia.

Il problema non è la motivazione in sé. Il problema è la fede assoluta che certa industria le ha costruito intorno.

Quella fede è tossica perché ti costringe a vivere in termini di performance permanente. Ti insegna che qualsiasi stato d’animo negativo vada rigettato, convertito, trasformato tramite dialoghi interiori calibrati, tecniche di ancoraggio, riformulazioni linguistiche. Che tristezza e dolore siano dei bug da correggere. Che la rabbia sia energia da reindirizzare.

No.

Io sono anche quegli stati d’animo. Sono anche quella tristezza, quella rabbia, quel dolore. Sono anche il buio — e voglio godermelo fino in fondo, perché fa parte di me esattamente come la luce. Negarlo non è forza. È una forma elegante di analfabetismo emotivo.

E poi c’è la corsa.

Quella cultura ti costringe a correre — sempre, più veloce, più in alto, più in vista. Se ti fermi, se ti riposi, se prendi un momento per te, i dialoghi interiori che ti hanno costruito dentro iniziano il loro lavoro: ti criticano, ti erodono, ti fanno sentire sbagliato. In ritardo. Indietro rispetto a qualcuno.

Rispetto a chi, poi.

A quelli che stanno meglio, che fanno meglio, che mostrano disinvolti uno stile di vita instagrammabile e insostenibile. KPI, numeri, viaggi, accessori, sveglie all’alba, docce fredde, meditazione, corpi scolpiti, routine infallibili. Non che siano cose sbagliate in sé — alcune sono bellissime. Ma io devo sentirle mie davvero, non sacrificare la mia salute sull’altare del senso di colpa verso una versione di me pensata per impressionare gli altri.

Ho smesso di correre quella gara. Come quando ho smesso di mangiare troppo marketing a colazione e… merenda. Non per resa, per lucidità.

Voglio rallentare. Rallentare sul serio, non la versione performativa del rallentare che finisce su una storia Instagram con candele e tisana. Voglio fermarmi. Voglio dare al lavoro — che è cosa sacra, un’opportunità che pochi hanno — il tempo, gli spazi e l’energia che merita. Non di più, non di meno. E voglio anche cucinare, esplorare, abitare lontano dal caos. Voglio respirare il petricore, il profumo dei capelli dei miei figli, un’alba, un tramonto. Voglio guadagnare il giusto e non consumarmi per la carriera.

Voglio una vita fottutamente lenta.

C’è una frase che in questo mondo viene citata come se fosse una legge fisica: i nostri pensieri diventano parole, le parole diventano azioni, le azioni diventano abitudini, le abitudini determinano il futuro. È una frase vera. Il problema è ciò che ci è stato costruito sopra — quella deriva pericolosa che la trasforma in credici forte e otterrai ciò che vuoi.

Nessuno però dice la parte scomoda: che puoi pensare solo limitatamente al vocabolario che possiedi. Che un vocabolario povero genera pensieri poveri, e pensieri poveri generano parole, decisioni, azioni povere. Che potresti passare anni a credere forte in qualcosa di sbagliato — e i bias di conferma ti costruiranno intorno un’architettura perfetta per non accorgertene mai. Un loop chiuso, autoalimentato, confortante. Una prigione che sembra una casa. La caverna di Platone.

L’accettazione è arrivata lentamente, senza annunci.

Ho accettato di essere un essere umano con tutto il peso specifico che quella parola si porta dietro. Ho accettato che la vita non restituisce ciò che meriti o ciò che desideri. Restituisce ciò che capita. E con ciò che capita ci devi fare quello che puoi, soprattutto ciò che devi, con quello che sei, non con quello che sai o pensi di sapere.

È lì che ho capito la differenza tra motivazione e disciplina.

La motivazione è come vuoi apparire. È lo stato d’animo giusto, l’energia giusta, la giornata giusta. È condizionale per natura: funziona quando le condizioni la supportano e crolla quando non ci sono. La disciplina è ciò che sei. È fare le cose che vanno fatte a prescindere da come ti senti. Quando sei stanco. Quando non ne hai voglia. Quando il mondo fuori non collabora e quello dentro nemmeno.

Non è la scoperta dell’acqua calda. È la differenza tra costruire su sabbia e costruire su roccia.

Crederci forte non basta. Non è mai bastato.

Bisogna farci i conti tutti i giorni, anche quelli in cui non ci credi per niente. Anche quelli lenti. Soprattutto quelli lenti.

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